Basquiat al Mudec

di Debora Focarino

Inaugurata il 28 ottobre al Mudec di Milano e visitabile sino al prossimo 26 Febbraio,  la personale su Jean-Michel Basquiat si presenta come uno degli eventi da non perdere sulla scena artistica  milanese; con un numero di 266.330 hashtag tematici e un battage puntuale sui social, si sono accesi i riflettori sull’arte e sulla vita di questo artista newyorchese che nasce dalla strada e per la strada, che in brevissimo tempo raggiunge le vette più alte del panorama artistico internazionale, per poi spegnersi all’età di 27 anni per overdose da eroina.

Così nasce la leggenda, si alimenta il mito dell’artista fragile e maledetto, della sua arte potente, eclettica, originale e all’interno della mostra, organizzata in sequenza cronologica, si sviluppano sotto gli occhi del fruitore tutte le fasi della sua folgorante carriera e della sua breve vita: dall’esordio da graffitista tra le strade di Manhattan, in cui armato di bomboletta spray lasciava il suo segno firmandosi SAMO (acronimo di “Same old shit” “Sempre la stessa merda”) all’inizio della fama, quando venne notato dal critico d’arte Rene Ricard e  lanciato ufficialmente come artista dalla gallerista Annina Nosei con una personale del 1982.

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Basquiat fotografato accanto ad un suo graffito

 

Le opere di questo periodo hanno un’impronta estremamente semplificata ed infantile, con contorni schematici inframmezzati da lettere che imitano grida onomatopeiche o il suono delle sirene. Questo aspetto permarrà in tutto il lavoro di Jean-Michel combinando sempre più il rapporto testo-immagine, allontanandosi dalle rappresentazioni naïves ed elementari delle macchine o degli aerei, iniziando a dedicarsi all’uomo ed emergono sentimenti come ribellione e rabbia.

Tipici sono i giochi di parole, il simbolo della corona e del copyright e non abbandonerà mai l’anatomia (braccia, gambe, ossa, mani, teschi…) retaggio legato al testo Gray’s Anatomy di Henry Gray che gli fu regalato dalla madre all’età di 7 anni, in seguito ad un grave incidente stradale che lo vide passare un lungo periodo in convalescenza.

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Basquiat fotografato mentre lavora

A questo punto la carriera di Basquiat decolla, più espone e più aumenta la sua popolarità, il cachet  sale quanto il suo successo ed esponenzialmente aumenta anche la sua dipendenza ad ogni tipo di droga. I migliori galleristi fanno a gara per rappresentarlo, si parla di nomi internazionali come Gagosian, Bischofberger, Mary Boone; Jean-Michel produce moltissimo ma spesso le sue opere vengono vendute non ancora concluse, tanto è alta la richiesta di suoi lavori. Ciò nonostante non ebbe mai la giusta percezione di sè, mentre dipingeva riusciva ad essere al contempo consapevole ed inconsapevole di quello che faceva, ma quando si apriva in questo modo diventava così vulnerabile da  non sapere più come affrontare il mondo,  trovando rifugio sono nella droga.

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Notary opera del 1983, tecnica mista su tela, cm 180,5×401,5

Nel 1983 conosce il suo “eroe dell’arte”, Andy Warhol e dall’anno successivo iniziarono una vera e propria collaborazione che si evolverà in sodalizio artistico, a profonda amicizia fino a rasentare quasi la dipendenza l’uno dell’altro. Entrambi, a loro modo, cambiarono e caratterizzarono quella che era e che è la figura dell’artista o per meglio dire dell’ArtiStar, il loro ruolo “pubblico” insieme e separati, fu un assoluto cambio epocale della considerazione dell’artista e dell’arte sulle masse. Entrambi insider e outsider. I due artisti, profondamente diversi, trovarono un terreno comune nei lavori che realizzarono insieme; uno scambio di energia che confluiva con vigore in un’armonia di contrasti sublimati, specchio del  loro rapporto.

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Andy con Jean-Michel

Nell’87 Andy muore, Jean-Michel già pesantemente tossicodipendente e in netto calo come artista, subisce la perdita con un tracollo psicofisico verticale. Non passa nemmeno più un minuto lucido, il corpo e la mente sono irrimediabilmente compromessi e non produce quasi più. Chiude la mostra del Mudec una sala al cui centro giace una sorta di epitaffio realizzato dall’artista per se stesso, come se lo sapesse, come se lo percepisse o forse, come se lo volesse.

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Jean-Michel Basquiat and Andy Warhol, Untitled, 1984-85

Di questo artista straordinario ci restano opere di un’energia bruta e primaria che riflette la giungla urbana, l’ansia metropolitana, immagini autentiche con coraggiose figure rozze, infantili che ricordano l’ Art Brut di Dubuffet  e il suo arrabbiato scrivere a mano sulla vita, la morte, l’avidità, la lussuria, libere associazioni partorite dalla mente dell’artista nel tentativo di trasformare le sue paure in energia creativa, tutto questo collima poi con le immagini della cultura pop degli anni ’80.

Immagini di scheletri, esplosioni nucleari, sessualità agonizzata e agonizzante, uso di icone caratteristiche del vandalismo metropolitano escono dalle pareti bianche in una cacofonia di colori puri  e di linee crudelmente impiegate.  I suoi lavori sono reali e col passare degli anni,  ciò che viene perso in superficie come materia pittorica, viene riacquistato dalla brutale assenza di stile;  immagazzina informazioni da dozzine di fonti e le usa per diventare un narratore del suo contemporaneo a metà tra la tradizione espressionista e  l’arte di strada con una forte dose d’immaginazione popolare ed una sensibilità fuori dall’ordinario.

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Untitled (1982) Pittura, Acrilico/tela , 238,7 cm x 500,4 cm

La visione che regala il Mudec è quella di un ragazzo talentuoso, inconsueto, geniale e vulnerabile; che in soli 8 anni di produzione artistica riconosciuta ha cambiato, rivoluzionato e sconvolto la storia dell’arte come una meteora lucente e brillante che sbalordisce, ma che dura solo un battito di ciglia. Un’esperienza che apre la mente e il cuore, che incuriosisce gli scettici e commuove i sensibili, che lascia domande aperte ma al contempo fornisce amare risposte.

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Ritratto fotografico di Jean Micheal Basquiat

 

Note biografiche sull’autrice

Debora Focarino nasce a Milano nel settembre del 1979,  dove tutt’ora vive. La passione per l’arte e la pittura l’accompagna da tutta la vita ed è una costante così radicata che ne ha fatto un mestiere. Diplomatasi all’Accademia Italiana del Restauro e conseguito il titolo post biennio specialistico in restauro tele,tavole e ceramica;  inizia il suo percorso lavorativo frequentando i più importanti Atelier milanesi. Arriva il momento in cui decide di aprire il proprio laboratorio e contestualmente inizia il percorso di studi per diventare Perito d’arte, raggiungendo con successo lo scopo effettuando l’esame nel 2009 ed entrando a pieno titolo nelle liste degli esperti del Collegio Lombardo Periti Esperti Consulenti, collaborando anche col Tribunale di Milano.  La sua formazione ibrida a metà tra il tecnico restauratore e il perito storico dell’arte, la rende una professionista completa e competente; nonostante ciò non smette mai di aggiornarsi, studiare e affrontare nuove sfide perché c’è sempre qualcosa in più da fare, capire, conoscere per continuare a godere della meraviglia delle cose.

deborafocarino@yahoo.it

https://www.facebook.com/deborafocarino/

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Zits bonazzola ha detto:

    Ti ringrazio vivamente Debora !
    Recensione straordinaria ed esaustiva.
    Conosco anche la tua bravura nel restauro, ti auguro di riuscire ad esprimerti al meglio nel mondo dell’arte ..
    Con tutta la mia stima
    Zita Bonazzola
    (Admin in Arte’)

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  2. Michele carosella ha detto:

    Quando leggi di una persona che ha sacrificato la sua vita per qualcosa, entri in uno stato speciale. Basquiat l’ho sempre immaginato nel mio personale empireo assieme a Ligabue, il Doganiere, e Van Gogh. E anche Rembrandt. Persone, come si usa dire, borderline. Grazie per l’articolo. Scrivi molto bene.

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